cenni storici

Il vino e la vite nell’antichità in Sardegna


Le prime tracce di coltivazione della vite e della produzione di vino in Sardegna risalgono all’età nuragica; le caratteristiche formali di alcuni vasi ceramici hanno fatto ipotizzare che già nel Bronzo medio-inizi del Bronzo recente il vino fosse conosciuto, forse grazie a contatti con il mondo miceneo. Per il Bronzo finale (XIII-IX sec. a.C.) sono segnalati vinaccioli in diversi nuraghi e residui organici all’interno di vasi riferiti alla presenza di vino. Recentemente in loc. Sa Osa (Cabras) si sono recuperati in un pozzo, associati a ceramiche del Bronzo finale e a ossa di animali, numerosissimi vinaccioli e semi di fico collegati alla produzione di vino.
Si è ipotizzato che nel villaggio nuragico di S. Imbenia (Alghero), grazie anche alla presenza di un nucleo di genti orientali, venisse praticata un’attività vitivinicola su larga scala destinata anche all’esportazione; ciò sarebbe provato dal ritrovamento nel Mediterraneo centrale di particolari anfore, datate all’VIII sec. a.C., ritenute tipiche del sito sardo.
In età fenicia (VIII-VI sec. a.C.) il vino era una bevanda pregiata, consumata dalle élites nell’ambito di occasioni conviviali; in tale epoca si ha una grande produzione di anfore da trasporto, in parte sicuramente utilizzate per il vino. In età punica (fine VI sec. a.C.-238 a.C.) la bevanda diviene sempre più diffusa ed è consumata abbondantemente da tutte le fasce sociali; ciò si collega alla politica economica di Cartagine che in Sardegna promuove uno sfruttamento capillare del territorio per la produzione cerealicola e, secondariamente, per altre coltivazioni tra cui la vite. In tale epoca, così come nella successiva età romana repubblicana, arrivano nell’isola anfore vinarie dall’Italia centrale e meridionale, contenenti verosimilmente vino più pregiato e quindi più costoso di quello locale. A questa fase si riferiscono alcuni impianti di produzione vinicola, tra cui quello di S’Imbalconadu (Olbia) in cui è attestato un torchio a leva con contrappesi mobili, riconducibile ad un sistema impiegato prima dell’introduzione, nel corso del I sec. a.C., del più funzionale torchio a vite, diffuso fino ai giorni nostri.
In età romana imperiale, accanto ad una fiorente produzione locale, destinata al consumo interno, si attesta un’importazione di vini dall’Africa e dall’Italia. A partire dal III sec. d.C., tuttavia, l’introduzione delle botti in legno fa sì che diminuisca considerevolmente il numero delle anfore vinarie e con esse la possibilità di ricostruire i traffici su larga scala.
In età vandalica e protobizantina (V-VII sec. d.C.) continua l’organizzazione preesistente del territorio con fattorie e ville che attuano uno sfruttamento agrario capillare, principalmente però per la cerealicoltura. A questa fase si attribuiscono numerosi impianti con vasche scavate nella roccia, tra cui quello di Cheremule, riferiti dubitativamente anche alla produzione di vino. In tale epoca arrivano nell’isola vini dall’Oriente (Asia Minore, isole egee, Egitto) e dall’Italia meridionale.
Con la piena età bizantina si verifica probabilmente un incremento della produzione vinicola, come è suggerito dai numerosi toponimi di origine greca legati alla viticoltura; questi sono stati riferiti all’arrivo di ordini monastici orientali che, fino all’XI secolo, attuano una generale riorganizzazione agraria.
Nuovo impulso alla viticoltura si ha in età giudicale (XI sec.) e ciò grazie all’immigrazione di nuclei di monaci benedettini che portano con sé importanti innovazioni tecniche.
Come risulta dai condaghi, i registri patrimoniali dei monasteri, tale attività era praticata ovunque ed era seconda solo alla cerealicoltura. Nei sec. XII-XIV, la crescente domanda di grano, causata dalle carestie e da altri eventi, determina la contrazione della viticoltura, a favore della produzione cerealicola; vengono ora destinate a vigna solo le aree più adatte alla coltivazione, con una tendenza alla specializzazione e alla razionalizzazione dei coltivi. Contemporaneamente si attua una politica protezionistica per favorire il vino locale, ma si limitano i nuovi impianti.
Tra Tre e Quattrocento, oltre al vino locale bianco e rosso non tipicizzato e alla Vernaccia, alla Malvasia e al Moscato, giungono nell’isola vini pregiati, destinati ai ceti abbienti, provenienti da Italia meridionale, Marsiglia, Maiorca e dalle coste iberiche. Nella successiva età spagnola la coltivazione della vite e la produzione vinaria, regolate da norme precise, mantengono un ruolo importante negli usi della popolazione rurale, come pure accade nelle epoche successive fino a tempi noi vicini che vedono, invece, l’affermarsi di logiche del tutto nuove legate ad un mercato più ampio e complesso.



Vite e grappoli di Vernaccia



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