il relitto di mal di ventre

Una delle scoperte subacquee più significative effettuate nelle acque sarde è quella di un relitto di età romana individuato nel braccio di mare compreso tra la costa del Sinis e l’isola di Mal di Ventre. Nell’area, che doveva essere assai pericolosa per la navigazione a causa del forte vento di maestrale, sono presenti altri relitti antichi, ma il più importante, soprattutto per la natura del carico, è certamente quello che dal 1989 al 1996 è stato oggetto di numerose campagne di scavo da parte della Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano.
La nave, situata ad una profondità di circa 30 m, a 6 miglia dalla costa e a poco più di 1 miglio a sud-est dell’isola, deve la sua straordinaria importanza al carico costituito interamente da lingotti in piombo, unico caso finora documentato nel Mediterraneo. Dello scafo, con dimensioni presunte di m 36 x 12, si conserva solo la porzione centrale della chiglia, per un’estensione di circa 10 m2, parte che dopo l’affondamento della nave risultò protetta dal carico. La mancanza, al momento dello scavo, di risorse finanziarie sufficienti per il trattamento e la conservazione dei resti lignei ha suggerito l’opportunità di lasciare lo scafo in posto e di rimandarne il recupero ad un momento più favorevole.
Il carico è costituito da un migliaio di lingotti, tutti di sezione trapezoidale, con il dorso superiore leggermente bombato e del peso di circa 33 kg. Molti di questi si trovavano ancora allineati e impilati nella posizione originaria in quanto l’affondamento della nave avvenne lentamente e senza il rovesciamento del carico. I lingotti, in buono stato di conservazione, sono dotati di cartiglio epigrafico che riporta il nome dei produttori; la maggior parte degli esemplari si riferisce ai fratelli Caio e Marco dei Pontilieni, ma sono ben documentati anche i bolli di Quinto Appio e Lucio Carulio Hispalo. Sono invece episodiche le attestazioni di altri produttori quali Planio Russino, Gneo Atellio, Caio Utio, Marco o Lucio Apinario e Pilon.
Presso il relitto sono state recuperate anche quattro grandi ancore in piombo, con ceppi decorati con un delfino e quattro astragali contrapposti a rilievo, oltre che tre ancorotti, due scandagli, tubi in piombo, uno dei quali riferito alla pompa di sentina, alcune macine in pietra vulcanica, un discreto numero di anfore da trasporto, scarsa ceramica d’uso, una lucerna, una daga in ferro, circa 200 proiettili in piombUna grande ancora in ferro localizzata al centro dello scafo è stata lasciata in posto. È probabile che le anfore recuperate, in numero non rilevante, contenessero le riserve alimentari di bordo; in una di queste sono state rinvenute numerose lische di pesce con parti ossee della testa e della coda.
Molto abbondanti sono risultati i chiodi, in parte riferiti alla struttura dello scafo, altri interpretati come riserva di bordo per eventuali riparazioni; sono stati individuati ancora infissi nella chiglia 12 chiodi di grandi dimensioni, alcuni lunghi circa 80 cm.
In collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e con il CNR di Pisa sono state effettuate numerose analisi sui lingotti che hanno dimostrato l’eccezionale purezza del metallo, riconducibile alle zone minerarie della Sierra di Cartagena, in Spagna, area da cui verosimilmente proveniva la nave; rimane invece dubbia la destinazione finale della stessa. Dal punto di vista cronologico, l’esame complessivo dei materiali ha consentito di datare l’affondamento tra l’89 e la metà del I sec. a.C.o e una moneta.



Il relitto di Mal di Ventre con il carico di lingotti (immagini tratta da "I quaderni a.m.p 02: storia e archeologia", p. 41)





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